20 Febbraio 2025
Nell’attuale dibattito politico aleggiano, di tanto in tanto, immagini analoghe a concetti ed esplicite riprese del mondo classico. Occorre un governo dei migliori, si dice. Migliori per chi? Argomenti interessanti che, di riflesso, suscitano lontane e succose reminiscenze scolastiche. Nello specifico, l’indelebile ricordo della Lettera VII di Platone, l’unica delle sue tredici considerata autentica. In breve, diceva che o i re diventano filosofi, oppure i filosofi diventano re, in quanto possessori della scienza del buon governo.
La sua città ideale, la Repubblica, doveva essere retta non certo da un monarca, come si tende a semplificare, ma comunque da un filosofo, magari con ampi poteri e all’interno di una realtà ristretta, una élite della virtù e del talento. In altre parole, difendeva la sua categoria, quella dei filosofi, per niente amata dagli ateniesi (che disinvoltamente i migliori li definivano tali soprattutto per censo, meno per qualità). Il caso del suo maestro, Socrate, condannato a morte, è significativo.
È uno dei motivi per cui, rinunciando a fare politica nella sua città, Platone si dedicò alla filosofia, mantenendo un forte interesse per le questioni connesse alla giustizia e al buon governo, ma lontano da Atene. Cercò fortuna anche in Italia, si recò a Siracusa con la chiara intenzione di mutare la tirannide in aristocrazia, senza però riuscirci.
Nello stesso filone di pensiero classico appare sicuramente più interessante il concetto di "Polis" e i suoi sviluppi successivi in "Urbs" e "Civitas". Preferibile è la Civitas, discorso impossibile da liquidare in poche battute. Basti solo dire che il concetto supera quello ristretto dell’ideale aristocratico platonico, e che già nella Roma Repubblicana si spostò sull’insieme dei cittadini. Un’evoluzione che conduce gradualmente alla parola popolo (Spqr). Ovvero, come dicono bene i manuali di Educazione Civica ai tempi nostri "l’insieme delle persone fisiche che sono in rapporto di cittadinanza con uno Stato tali da essere titolari della sovranità che il più delle volte non viene esercitata in maniera diretta, ma delegata a uno o a più rappresentanti".
Ergo, a differenza della democrazia ateniese, oggi, i suoi rappresentanti li può scegliere direttamente a suffragio universale il popolo, non solo gli “aristoi”, con tutti i limiti e i rischi che la democrazia comporta ma, per rimanere in tema, per contrapporsi alla tirannide. Del resto è già stato detto da tempo, tramite Winston Churchill, che "la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”.
La DEMOCRAZIA è piuttosto una tensione e, credo converrà chiunque s’ispiri alla nostra Carta costituzionale, costantemente in divenire, quindi, mai abbastanza.
Se le elezioni amministrative rappresentano un momento importante per la vita politica di un Comune, la scelta dei candidati diviene ovviamente basilare. Ma indire le primarie non è una bestemmia. È una pratica che punta alla partecipazione, quindi non negativa se permette ai cittadini di essere parte attiva di una selezione il cui scopo è quello di alimentare il coinvolgimento e la fiducia nella politica. Le forze democratiche che auspicano il metodo delle primarie dimostrano una certa apertura e trasparenza, contrastando la percezione di decisioni prese troppo spesso da pochi.
Ragioni che da sole potrebbero essere già sufficienti, a patto che le regole siano chiare. Per il motivo che primarie mal organizzate possono generare polemiche e delegittimare il processo da subito. Dunque, hanno senso solo se ben regolamentate e gestite con equilibrio per evitare effetti disgreganti e in prospettiva negativi.
Per tornare a Platone, il platonismo e la cultura classica rimangono formidabili fonti di armi retoriche e argomenti favorevoli e cari ad attualissime forme di poteri oligarchici, ma allo stesso tempo esprimono gli antidoti a tutto ciò che non è democratico riproponendo l’opportunità di portare al massimo grado di eccellenza le capacità del singolo e di porle al servizio di chi, se non della comunità e del bene comune?
Pasquale Doria